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Natale Rea fa ripartire il motore della Boxe Colombo

A Roma le prime società di pugilato a rialzare la testa furono l’Audace, le accademie Appio e Trastevere, i Vigili del Fuoco al Trionfale, la “Nicola Bertini” a via Frangipane. Presto s’inserì anche la Colombo, grazie all’opera di Natale Rea. Questi aveva alle spalle una carriera da dilettante con oltre duecento incontri disputati, alcune importanti maglie azzurre, due campionati italiani vinti nella difficile categoria dei leggeri. Classe 1917, già alla fine degli anni ’30 si era dedicato all’attività di istruttore, entrando nel cerchio dei collaboratori di Steve Klaus, il grande maestro portato dall’America da Mazzia. Rea, sostenuto dal presidente Dante Marsili, dal segretario Aldo Menichetti, dal tesoriere Guido Carnevali, dal consigliere Giovanni Carboni e da pochi altri dirigenti, dal settembre del 1944 e per un paio d’anni si avvalse di una serie di ragazzi che, giorno dopo giorno, facevano capolino dalla buca di luce dell’entrata della palestra e ne scendevano con timidezza i gradini. (…) Questi giovani si preparavano quotidianamente negli esercizi di ginnastica e di tecnica, e alcuni cominciarono a combattere nelle riunioni che, con rapidità impressionante, si moltiplicarono nell’arco di un paio di stagioni. Un’ottima scuola era la visione dei match dei professionisti. Le prime riunioni romane ebbero luogo all’Orto Botanico, allo Stadio Nazionale, sui ring allestiti all’Apollodoro, allo Sferisterio Olimpia a viale Castrense, al Velodromo Appio ai Cessati Spiriti. In genere, impegnarono soldati alleati contro i migliori “prof” sulla piazza. Fu un po’ un ritorno alle origini, cioè a quello che era accaduto nel periodo immediatamente susseguente alla prima guerra mondiale. La ripresa dilettantistica, controllata dalla sede regionale di via Santo Stefano del Cacco (vicino piazza Venezia), s’imperniò sui tornei per novizi, il tradizionale Cinture di Roma, il Bracciale Romano e il Guanto d’Argento. Ma furono soprattutto le partecipazioni di contorno alle riunioni dei professionisti che diedero agio ai “puri” di accumulare esperienza. I procuratori sulla piazza (…) gestivano i campioni che la gente voleva vedere all’opera (…) A via Tacito presero stanza sei o sette ottimi professionisti. Innanzitutto, Otello Belardinelli, sempre alla caccia del titolo italiano dei mosca; poi Augusto Teti, Ulisse Barboni, Enrico e Gabriele De Santis: tutti elementi che già avevano vestito la casacca giallorossa. Per un breve periodo frequentarono anche il welter “Gigione” Valentini e Nemesio Lazzari, il più volte campione italiano dei massimi con la maglia dell’Audace. Il 1945 fu l’anno in cui il “pompierone” nativo di Terracina se la vedette con Enrico Bertola, il carrarese dalle “tranvate” tremende di cui già abbiamo avuto modo di parlare. La ripresa fu operata in una situazione d’emergenza, così come d’emergenza erano le condizioni di vita in tutti i quartieri. Pensate che, al rientro in palestra, i dirigenti trovarono che alcuni “topi” avevano fatto visita agli scantinati, lasciati incustoditi, e si erano portati via quasi tutti i trofei; all’interno delle vetrine sfondate rimanevano le coppe non d’argento, con sopra i graffi del coltello per capire di quale metallo fossero. Poiché di pistolettate e di omicidi per vendette politiche in giro se ne sentiva parlare anche troppo, la dirigenza si preoccupò come prima cosa di mettere mano allo Statuto e stabilire il carattere “apolitico” della Società. Non si volevano storie di nessun tipo. Fu un periodo, il primo dopoguerra, in cui molti altri sodalizi sportivi romani si comportarono alla stessa stregua. Nel gruppo degli allievi di Rea ben pochi non avevano come obiettivo l’agonismo e come traguardo finale la carriera professionale. Uno di queste mosche bianche era Raimondo Vianello, spilungone biondo del peso di un welter e l’altezza di un mediomassimo. Vianello nel 1946 era “attor giovine” presso la compagnia di prosa di Anna Magnani, aveva 28 anni, frequentava Cinecittà e trovava il tempo per venire giù in palestra. In passato si era dilettato con la pallacanestro e il calcio, ora gli andava di tirar pugni in uno scantinato ad una pera attaccata ad una trave del soffitto. Nei ricordi di Rea - raccolti una decina di anni fa da Marco Evangelisti per “Il Corriere dello Sport” - Vianello “aveva un allungo insuperabile ed era furbo, sgusciante, analizzava l’avversario e ne coglieva al volo le debolezze. Ne avrei fatto un atleta di rango, se avesse voluto. Ma lui niente, i guanti sì, combattere no. ‘Sa, io faccio l’attore’, diceva, ‘ non posso permettermi di andare sul palcoscenico con la faccia segnata’. Una volta gli misi di fronte Battaglia, un bel medio. Vacci piano, gli avevo detto, questo Vinello è solo uno che si diverte ed è più leggero di te. Dopo un po’ vedo Battaglia che comincia a macinare cazzotti. Ehi ehi, gli dico, ti avevo detto di andarci piano. E lui: ‘Vorrei, ma questo mi sta gonfiando di botte!’. (…)